riconoscenza

Ieri ho tolto il cavolo nero.

era la fine di agosto quando lo trapiantammo ed eravamo in ritardo. Faceva un caldo pesante, la terra era secca e passando con la fresa sollevavo una nuvola di polvere, quasi una tempesta di sabbia.

Tra me e me dicevo che è tutto un lavoro inutile, una perdita di tempo… troppo tardi il trapianto, troppo secca la terra e il laghetto delle cave da dove attingevo l’acqua era completamente all’asciutto (cosa mai vista da almeno 60 anni)..

MA che fare? buttare via tutto senza nemmeno tentare? Non è nel mio spirito, non è in quello del coltivatore che sempre spera di sconfiggere le avversità del clima e della stagione. Dal film: magari quest’anno piantare in ritardo può essere un bene, magari ho la fortuna di avere un prodotto quando la stagione è quasi alla fine, magari ! ma quasi mai funziona e questa speranza la puoi archiviare alla voce “illusioni”.

ma soprattutto a preoccuparmi era l’assenza di acqua. Ma non solo. l’anno scorso non c’era aguazzo notturno che ci desse una mano. Da non credere. Che io sappia, da che mondo e mondo dalle nostre parti, all’alba si forma la rugiada (in dialetto “aguazzo”). Niente da fare la terra era secca come non mai a riprova che è inutile che ci illudiamo, i cambiamenti climatici sono assolutamente evidenti per chi sta in campagna e sono veramente gravi. Magari in città non li vedi e osservi solo gli elementi più rilevanti: le bombe d’acqua, il caldo eccessivo, gli sbalzi sempre più repentini del clima. Dalle nostre parti ci si rende conto di quanto stia veramente cambiando il clima, di quanto profondo sia il mutamento di una infinità di piccole cose che abbiamo sempre dato per scontato e che ora ci costringono a rivedere le nostre conoscenze di base. LA mancanza della rugiada è come la differenza tra coltivare in campo aperto o in serra. La prima cosa che impari coltivando in serra è che devi necessariamente dotarti di un buon impianto di irrigazione perché non c’è storia: senza irrigazione sei perduto. Invece in pieno campo, da sempre, le piante, una volta che hanno superato la prima fase di crescita, riescono a resistere a gran parte delle fasi siccitose grazie proprio alla rugiada…. ecco, non sempre!

Ma il nostro cavolo nero è sopravvissuto grazie all’acqua che abbiamo trasportato con una botte (circa 100 litri) da un fosso che sta a qualche centinai di metri. Un lavoro da matti. Poi a settembre qualche prima pioggia mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo: dai che ce la facciamo!

e così via a novembre abbiamo potuto cibarci di cavolo nero (così come di cavolo riccio) ed è andata avanti fino a metà marzo.

Ora è finito. E mentre passavo con la trincia mi è venuto spontaneo ringraziare questa pianta che con generosità ci ha nutrito, ha insaporito le nostre zuppe e ci ha stimolato la fantasia ad invitare modi diversi di prepararlo.

Grazie al cavolo nero, ai porri, alle verze. Ieri ho girato la terra per fare spazio alle colture primaverili: insalate, biete, fagiolini, zucchine, cipolle.

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